Buffalo Bill-Kansas Jack, l’alba dei fumetti western

LETTURE DI INIZIO NOVECENTO • Il tour europeo del celebre “Wild West Show” toccò anche Cremona nel 1906

Alessandro Zontini
Il n. 4 dell’anno 2011 della rivista “Cremona Produce” proponeva un interessante articolo a firma Roberto Caccialanza che ripercorreva un singolare episodio avvenuto a Cremona il 18 aprile 1906: l’arrivo di Buffalo Bill e del suo famoso circo, il “Wild West Show”.
Le tematiche legate al “selvaggio west” hanno, all’inizio dello scorso secolo, appassionato ed emozionato innumerevoli schiere di lettori ed amanti del cinema (impossibile omettere il ricordo di capolavori del “grande schermo” quale, ad esempio, “Ombre rosse”); inoltre, la produzione di libri e riviste sul tema ha avuto, per decenni, grande prosperità e successo (ancor oggi è ben presente, nelle edicole italiane, il fumetto “Tex”, celeberrima proposizione delle avventure del ranger creato da Gianluigi Bonelli e realizzato graficamente da Aurelio Galeppini, apparso addirittura nel lontano 1948).
Il successo di Tex, che non accenna a sbiadire neppure dopo tanti anni, è da imputarsi sia ai bravi sceneggiatori ed ai valenti disegnatori della serie ma, probabilmente, anche ad una propensione del pubblico italiano verso questo tipo di narrazione e verso le sue precipue tematiche.
Nei primi decenni dello scorso secolo, ancorché l’alfabetizzazione in Italia fosse concentrata soprattutto nei grossi centri urbani e, viceversa, poco diffusa nelle zone rurali che, pure, erano in larga parte caratterizzate da una consistente presenza antropica, nelle edicole si affastellavano, copiosissimi, fascicoli cartacei connotati da sgargianti copertine.
Erano i c.d. (tanto per ricorrere ad un termine diffusosi negli Usa alla fine del XIX secolo): “dime novels”. Il “dime” è termine colloquiale che indica ed allude a 10 cents, il prezzo per l’acquisto di uno dei predetti fascicoli, sbrigativamente qualificati come romanzetti da due lire. Le tematiche erano circoscritte: il selvaggio west, le vicende di “cappa e spada”, il racconto poliziesco. Quest’ultima espressione, peraltro, alludeva ad una categoria assai più ampia di quella che è - solo - possibile ipotizzare, ricomprendendo anche episodi di personaggi celebri quali Fantomàs, Arsenio Lupin ed altri ancora. Nei chioschi italiani, inoltre, si trovavano, anche, le “domestic novel”, fascicoli destinati ad un pubblico femminile che anticipavano la grande moda delle autrici di romanzi “rosa” degli anni ’20 e ’30, quali Liala, Mura etc.
I fascicoli, artatamente caratterizzati da immaginifiche copertine a colori che attraevano i lettori bramosi di concedersi una lettura d’evasione, erano spesso corredati da disegni a china (talvolta pessimi, talvolta magnifici e realizzati da illustratori eccelsi, quali, per esempio Marcello Dudovich) e venivano - di norma - realizzati con l’impiego di carta dalla scadente qualità: la diffusione di tali prodotti editoriali era, infatti, teleologicamente indirizzata al mero intrattenimento e ben pochi lettori avviarono una metodica conservazione di tutto (o, almeno, in parte) il pubblicato. Tale errore ha comportato che, oggi, risulta assai arduo ricostruire, o solo abbozzare, le vicende editoriali di una specifica serie o di una precisa sequenza narrativa. Ma questo lavoro di ricostruzione è, a dir poco, affascinante. Esso interseca non solo le vicende editoriali di una serie o di un personaggio, ma coinvolge interessi economici, contrapposte prese di posizioni nazionali, sfruttamento di diritti alla riproduzione, sotterfugi ed astuzie varie (possibili nella prima metà del ‘900 ma, oggi, non solo irrealizzabili ma, neppure, ipotizzabili a causa di una severa disciplina sullo sfruttamento dei diritti d’autore).
Tra i tanti fascicoli reperibili nelle edicole del Regno d’Italia in quei primi decenni dello scorso secolo, numerosissimi quelli di stampo “western” tra i quali primeggiava, per notorietà e copertine celebrative, proprio quel Buffalo Bill tanto caro alle tradizioni storico-folkloristiche cremonesi.
Ma, a far tempo dal settembre 1909, il lettore italiano appassionato delle “dime novels”, recandosi di buon mattino in edicola per acquistare le avventure di Buffalo Bill, trovava, accanto alle copertine dell’eroe dal baffo biondo, un altro personaggio che, curiosamente, somigliava anche troppo al primo: Kansas Jack (sempre caratterizzato dal baffo biondo), presentato al grande pubblico come “una delle ultime figure, ormai scomparse, di scorridori ed esploratori del Far West…”.
In realtà i due personaggi erano uno solo: Buffalo Bill. Si trattava di un piccolo ed innocente inganno.
“Texas Jack”, personaggio assai amato in Germania, era eroe differente rispetto a Buffalo Bill, ma problemi di cessione dei diritti di pubblicazione delle sue vicende non consentivano all’Editore Eichler (germanico) di proporlo al pubblico italiano.
Eichler, allora, che deteneva i diritti di pubblicazione di Buffalo Bill, acquistati dalla “Aldine Publishing Co” (che proponeva il personaggio in Inghilterra), con una notevole dose di inventiva, avviò in Italia la diffusione dei fascicoli di quest’eroe. Per evitare di far concorrenza alla rivista “Buffalo Bill”, già presente in commercio, Eichler obliterò, machiavellicamente, quel nome ridisegnando sulla testata di ogni singolo fascicolo quello di “Kansas Jack” ritenuto più suggestivo.
L’azzardo venne ben congeniato e le avventure di Buffalo Bill, spacciate per quelle di Kansas Jack, proposte in quaranta fascicoli, vennero lette da schiere di appassionati, esattamente come quelle del “vero” Buffalo Bill. L’arzigogolo riuscì a tal punto bene ed il successo del personaggio presso il pubblico italiano determinava la “Società editoriale Milanese”, acquisiti nel 1913 i diritti per la pubblicazione del personaggio, a proseguire nella proposta delle avventure di Kansas Jack (stavolta il “vero” e non Buffalo Bill camuffato) per altri 50 fascicoli provenienti dalla serie tedesca ma materialmente recuperati dal mercato francese (e, quindi, con traduzione dal tedesco in francese e, poi, dal francese in italiano!).
Negli anni ’20 la misteriosa, e poco nota, “Casa Editrice Gloriosa” di Milano riproponeva le avventure del personaggio, ristampandone la prima serie ma, si tramanda, incontrava scarso successo presso il pubblico (cosa plausibile perché tali ristampe sono completamente scomparse dal mercato dell’“usato”). Nel decennio successivo anche la “Nerbini” di Firenze proponeva una propria serie dedicata a “Kansas Jack” che, con un guazzabuglio sempre più intricato, offriva, disordinatamente, ai lettori sia le avventure “inglesi” già proposte da Eichler (avventure di Buffalo Bill, contrabbandato quale Kansas Jack), sia quelle “tedesche” già proposte dalla “Società editoriale Milanese” (avventure proprio di Kansas Jack).
I fascicoli “Nerbini”, pur nella loro rarità, sono i più diffusi ma, per ricostruire l’avvicendamento delle avventure di Buffalo Bill/Kansas Jack e di Kansas Jack bisognerebbe disporre di tutto il materiale pubblicato onde poterlo studiare sinotticamente (compreso quello proposto, tra il 1930 ed il 1934, dalla “Casa Editoriale Vecchi di Milano” in 59 fascicoli dalle sgargianti copertine).
Peraltro non è mai stato possibile appurare da chi la “Nerbini” avesse acquistato i diritti di pubblicazione del personaggio. Il che rende ancora più interessante l’indagine su questa complessa vicenda editoriale. La “Nerbini”, peraltro, non incontrò troppi problemi nel “mescolare” le vicende di Bill e di Kansas: i due erano eroi simili: audaci, generosi, giusti ed equi nell’amministrare una giustizia rapida ma efficace, disposti a schierarsi con il popolo rosso contro i “fuorilegge” bianchi” oppure a difendere i coloni dalle razzie dei “pellerossa”. Il prototipo di quel Tex Willer che ancor oggi appassiona numerosissimi lettori. Il prototipo del “reale” Buffalo Bill che incantò i cremonesi quel lontano 18 aprile del 1906.

Commenti