L’assistenza psiconcologica ai tempi della pandemia


SANITÀ • Intervista a Jessica Saleri che cura la mente di chi si ammala di tumore


BENEDETTA FORNASARI
Si chiama psiconcologia ed è la disciplina, nata negli anni ’80 ma non ancora così largamente applicata nell’ambito della sanità pubblica, che si occupa di fornire supporto al disagio psicologico causato dal trauma della malattia oncologica, dalla diagnosi fino al processo terapeutico e riabilitativo. Quando il corpo si ammala anche la mente soffre al punto che «il 25-30% delle persone colpite da tumore presenta un quadro di sofferenza psicologica caratterizzata da ansia, depressione e difficoltà di adattamento, che influenza negativamente la qualità di vita, l’aderenza ai trattamenti medici, la relazione medico-paziente, i tempi di degenza, di recupero e del follow up oncologico. Questa sofferenza può chiaramente cronicizzarsi, se non riconosciuta ed affrontata» – ci spiega Jessica Saleri, psiconcologa e psicoterapeuta presso la Asst di Cremona.
La figura dello psiconcologo è fondamentale per aiutare i pazienti nella lotta contro il cancro, una battaglia spesso lunga e molto dolorosa, che si combatte anche nel campo delle relazioni familiari, sociali e professionali. «La messa in atto di percorsi psiconcologici di prevenzione, cura e riabilitazione, siano essi di supporto o di psicoterapia, risulta fondamentale, al pari di tutte le altre misure terapeutiche destinate alla persona malata ma rivolte anche alla famiglia e ai caregiver. L’obiettivo è quello di migliorare la qualità di vita di chi affronta la diagnosi di tumore e le terapie con lo scopo di facilitare l’attivazione di risorse personali e un adattamento quanto più adeguato alla nuova situazione e quindi di limitare la possibilità di conseguenze a livello psicologico che potrebbero manifestarsi nel lungo periodo, addirittura per anni». La psicologia applicata all’oncologia si concentra su due aspetti fondamentali: la crisi, cioé il “momento del cambiamento”, e le cosiddette strategie di adattamento, ovvero le dinamiche che ogni persona mette in campo per affrontare la malattia. «Chiedere aiuto in queste circostanze è assolutamente normale – sottolinea la dottoressa Saleri - e non è un segno di debolezza né di incapacità dell’individuo nel far fronte alla situazione. Al contrario scegliere di affidarsi a un professionista significa essere lucidi e avere consapevolezza di sé. Negare la realtà, chiudersi in sé stessi, cercando di evitare di esternare le proprie emozioni, può acuire il disagio emotivo. Lo psiconcologo è uno specialista da intendersi come un vero e proprio alleato del paziente per aiutarlo a riconoscere e a ritrovare i propri punti di forza. Partendo dalle caratteristiche personali è in grado di aiutare a fare emergere o a rafforzare le capacità di ciascuno, che risultano cruciali per gestire le emozioni in risposta alla diagnosi (ansia, paura, preoccupazione, rabbia); per individuare le strategie più adatte a gestire il percorso di cura; per accettare e “fare pace” con un corpo da cui ci si sente traditi e in cui non ci si riconosce più; per trovare un nuovo equilibrio e una nuova modalità di dialogo con il partner o con i familiari».
La legge italiana riconosce l’importanza del ruolo dello psiconcologo, eppure in molte realtà ospedaliere è assente. «La riforma del 2017 (Riforma dei Lea – Livelli di assistenza sanitaria) determina l’assistenza psicologica come prestazione sanitaria a cui si può accedere attraverso il sistema sanitario nazionale. Il primo passo per riceverla è dunque chiedere se l’ospedale in cui si è in cura offra questo servizio. Qualora la struttura ospedaliera non dovesse offrire tale servizio, è possibile consultare l’elenco della Sipo - Società Italiana di Psiconcologia.
La psiconcologia, inoltre, è uno strumento terapeutico particolarmente efficace al tempo del Covid-19. «I pazienti oncologici, oltre ad affrontare il trauma della malattia e il percorso di cura, devono fare i conti con un’altra paura e una sofferenza devastante, ovvero la paura di contrarre il virus, di venire in Ospedale per accedere alle terapie e l’angoscia di essere ricoverati senza poter essere assistiti dai propri cari. I pazienti oncologici sono fragili, immunodepressi e maggiormente a rischio rispetto a persone affette da altre patologie e per loro la pandemia ha avuto, e ha tuttora, un forte impatto psicologico con gravi conseguenze sulla loro salute mentale».

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