Quel caro, vecchio, malandato termovalorizzatore

Inquinati e salassati: i cremonesi pagano il trasporto dei rifiuti di altre regioni, li bruciano nell’impianto obsoleto e sopportano una Tari elevata 



di Vanni Raineri 
Alcune settimane fa ci siamo occupati dei roghi che divampano sempre più spesso tra le discariche, abusive e non, in Lombardia, e del problema del trasporto necessario per smaltire rifiuti che, specialmente in plastica, non riusciamo più ad esportare in Cina. E di come la Lombardia accolga sempre più materiale indifferenziato da bruciare nei suoi termovalorizzatori, senza che la capacità dei nostri corregionali di differenziare si tramuti, come promesso più volte, in uno sconto sulla tassa. Anzi. Lo spunto era dato da un’inchiesta di Milena Gabanelli e del suo staff pubblicata sul Corriere della Sera, e chissà che non abbia offerto lo spunto anche a Matteo Salvini per lanciare il nuovo scontro politico col Movimento 5 Stelle. 
Il vice premier e leader leghista lo scorso fine settimana aveva lanciato la pietra: «Serve un termovalorizzatore in ogni provincia». Lo ha detto a Napoli, non a caso in quella Campania che, per la presenza di un solo impianto, esporta gran parte dei rifuti prodotti in loco. L’altro vicepremier Luigi Di Maio, leader del M5S, ha replicato che si guarda al recupero e al riciclo puntando sui “rifiuti zero”. Servono anni per fare un termovalorizzatore, ha aggiunto, e oggi la situazione non è di emergenza. Non sarà emergenza, ma il sistema è alle corde. Gli impianti sono dislocati in gran parte al nord, specialmente in Lombardia dove ce ne sono 13. Questi viaggiano a pieno regime, proprio per l’arrivo costante di rifiuti da altri territori, al punto che i tre impianti più vetusti, e più inquinanti, che avrebbero dovuto chiudere, come sostiene la stessa Gabanelli devono continuare a funzionare: sono quelli di Sesto San Giovanni, Busto Arsizio e Cremona.
Il problema è strategico: ha senso realizzare impianti che, quando la differenziata avrà raggiunto le soglie sperate (ad oggi ben lontane dalla realtà), saranno superati? Sarebbe preferibile avere impianti nuovi e meno inquinanti e chiudere così quelli sorpassati, tra cui il nostro? Ed è giusto che, a spese dei comuni, si debbano sprecare risorse per trasportare rifiuti da certe realtà che si ribellano alla realizzazione di impianti o discariche in loco? 


Anche il moderno impianto di Copenaghen non e’ ad impatto zero 

Legambiente: NO A NUOVI IMPIANTI, DIFFERENZIAMO

La quantità dei rifiuti urbani inceneriti è aumentata sino al 2015, poi è scesa, passando da 92 kg per abitante a 89 kg. Complessivamente nel 2016 è stato incenerito il 18% dei rifiuti urbani, un punto in meno rispetto a un anno prima. 
Secondo Legambiente, la capacità di combustione dei rifiuti in Italia è sovradimensionata, quindi il quadro è saturo. La via dell’incenerimento costosa, serve migliorare la raccolta differenziata e trattare i rifiuti secondo i dettami dell’economia circolare, facendoli tornare a nuova vita.
Anche i più moderni inceneritori (il salto ai termovalorizzatori si ha quando il processo consente di produrre energia) non sono completamente innocui. Si parla in questi giorni dell’impianto moderno di Copenaghen, situato in centro città, che ospita sul tetto percorsi di trekking e una pista da sci. Legambiente ammette che nel nord Europa gli inceneritori (da notare che i contrari usano sempre questo termine, mentre i favorevoli parlano sempre di termovalorizzatori) sono molto utilizzati, ma afferma che anche Copenhill (in Danimarca vogliono farne una collina verde nel cuore della capitale) produce ossidi di azoto, monossido di carbonio e ammoniaca.
Ma quando in Italia si materializzerà il futuro tanto ambito dagli ecologisti? Oggi in Lombardia solo il 3% dei rifiuti è conferito in discarica, quasi il 50% va all’inceneritore, il 17% è trattato con compostaggio e digestione anaerobica e il 33% viene recuperato. Ma se solo andiamo il Sicilia, lì l’87% dei rifiuti finisce in discarica (in Calabria siamo al 70%). In Campania il dato scende all’8%, ma non tanto per la presenza dell’unico termovalorizzatore di Acerra, ma perché gran parte dei rifiuti è trasferita nel nord e nel resto d’Europa (a caro prezzo). Fino a quando potremo sostenere un periodo “di transizione” che si preannuncia non certo breve? Vediamo quanto sta accadendo in Francia: il rischio è che l’ambiente sia percepito come un lusso per élite. 

Lena: «Ognuno pensi ai suoi rifiuti»
Il consigliere regionale cremonese in linea col presidente Fontana: «Ma prima di chiudere Cremona va ripensato il teleriscaldamento»

Il presidente della Regione Campania De Luca è stato chiaro: «Perché costruire qui nuovi termovalorizzatori se nel nord ci sono già e non hanno abbastanza rifiuti da bruciare?».
Il presidente di Regione Lombardia Fontana ha risposto a lui e a Di Maio: «Se secondo lui i nostri inceneritori inquinano, non accetteremo più rifiuti da altre regioni». 
C’è una legge che in realtà impone di accogliere i rifiuti “stranieri”, ma Fontana sembra pronto a fare le barricate. D’altronde, afferma, se secondo Di Maio questi impianti inquinano, perché a respirare aria malata dovrebbe essere chi ha impianti ormai saturi e un livello di inquinamento già di suo enorme? 
Abbiamo sentito il consigliere regionale della Lega Federico Lena, cremonese, che ha fatto parte in passato della Commissione Ambiente di Regione Lombardia. 
A Cremona il termovalorizzatore serve gran parte della provincia su due linee di incenerimento, e tratta anche rifiuti pericolosi. Da noi nessun rifiuto viene ormai conferito in discarica, e grazie all’impianto di via San Rocco si alimenta il teleriscaldamento su 600 edifici con 6800 utenze. 
Ma Cremona, chiediamo a Lena, è tra gli impianti che avrebbero dovuto chiudere. Non è che è rimasto aperto per risolvere i guai di altri? 
«E’ così, anche se oggi c’è il vincolo del teleriscaldamento: prima di chiuderlo dovremmo valutare investimenti per attrezzare il termovalorizzatore in modo differente. Già con l’assessore regionale Terzi (ex Ambiente, oggi ai Trasporti, ndr) era emersa l’esigenza di diminuire i termovalorizzatori. Ad esempio quello di Brescia, molto più moderno, non funziona nemmeno al massimo del suo potenziale. Sono certo che anche l’odierno assessore Cattaneo è sulla stessa linea, ovviamente una volta risolto il problema del teleriscaldamento». 
La legge però obbliga le regioni ad accettare i rifiuti altrui, e in verità non c’è molta trasparenza sulle quantità di materiale in arrivo. 
«E’ il solito sistema italiano: nessuno accetta che a casa propria si costruiscano termovalorizzatori o discariche, quindi lo faccio a casa di altri. Io sono completamente in linea col presidente Fontana: ognuno risolva i suoi problemi, se ritiene anche attraverso le vecchie discariche». 

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