Mio figlio è un campione, come fanno a non vederlo?

La figura dell’educatore è sempre di più messa in discussione, sugli spalti orde di genitori difendono a spada tratta i propri figli, proprio come a scuola 


di Vanni Raineri 
Allenatore, non capisci niente! Non vedi che mio figlio è meglio di quell’incapace che hai messo titolare?». Mi è capitato di sentire questa frase, parola più parola meno, urlata sulle tribune da un genitore che fino a qualche anno prima non aveva mai seguito una partita di calcio, e si rivolgeva in questo modo a un allenatore che aveva giocato diverse stagioni in serie A. 
Succede nel calcio, ma non solo, anche nel basket e nel volley, e succede più ampiamente nella nostra società contemporanea, nella quale la figura dell’educatore è messa in discussione proprio dai genitori, che dovrebbero invece legittimare il ruolo di chi, seduto alla cattedra di una scuola o sulla panchina di una squadra, è chiamato ad un’opera così importante come quel- la di trasmettere i valori a una personalità in corso di formazione. 
Solo pochi giorni fa un allenatore di basket, noto per la sua pacatezza e passione, è morto d’infarto a Cremona dopo una discussione con alcuni genitori. Ovviamente non è nostra intenzione mettere all’indice alcune persone che certamente sono le prime ad essere affrante per quanto accaduto. Ma è evidente che qualcosa ormai non quadra, e serve affrontare la questione in modo organico, non la- sciando alle singole società sportive i provvedimenti da assumere. 
Provvedimenti che si susseguono sempre più numerosi. C’è chi espone cartelli con avvisi espliciti ai genitori (ne vediamo in pagina alcuni esempi), e chi va oltre. Ad esempio una società ha deciso di accogliere i ragazzi nel settore giovanile solo a patto che i loro genitori seguano un corso comportamentale. 
E’ chiaro che il fenomeno va affrontato complessivamente. Non è tollerabile che un insegnante sia aggredito dal genitore, a quel punto stupisce meno che ad aggredirlo sia direttamente il figlio. E le armi in mano all’insegnante sono scarse, anzi aumentano i rischi di possibili denunce.
Si sente spesso dire “ai miei tempi se l’insegnante dava uno scappellotto e il figlio tornava a casa a lagnarsi, prendeva il secondo dal padre”. Non è certo questa la soluzione, chi ha almeno 50 anni ricorda episodi con professori che a volte andavano oltre, usando le maniere forti per correggere comportamenti censurabili. Ma, soprattutto oggi che la competenza non è più un valore, i genitori devono essere consapevoli del loro ruolo e del ruolo dell’educatore. Limitandosi al mondo sportivo, fondamentale è la collaborazione tra tutte le figure coinvolte (ci sono anche i dirigenti). Il genitore non deve mai sostituirsi al ruolo dell’allenatore, ma deve anzi incoraggiarlo e supportarlo, evitando che il bambino subisca effetti di frustrazione e conflitti. Occorre lasciare liberi i bambini anche di sbagliare e sperimentare, per imparare ad adattarsi alle varie situazioni. Un caso che si verifica spesso, soprattutto nel calcio, è quello del genitore che spera di crescere in casa un campione, proiettando su di lui aspettative e pressioni insostenibili; in questo modo il divertimento diventa un’esperienza frustrante. Lasciamo i bambini combattere le loro piccole battaglie assumendosi le proprie responsabilità senza pensare che siano troppo deboli per farlo e che spetti a noi difenderli. Cerchiamo di comprendere i loro bisogni senza dargliene di nostri: lo sport nel settore giovanile è prima di tutto divertimento. Il desiderio che il proprio figlio vinca e prevalga sugli altri porta a volte a giustificare comportamenti scorretti, pur di arrivare al risultato: lo sport di squadra deve insegnare proprio il contrario. 
Tutto questo è quanto consigliano gli psicologi e gli psicoterapeuti, sempre più spesso in campo per ovviare ad un costume che va contrastato. 
La “partita di domani” non è importante, e soprattutto i ragazzini che giocano da avversari hanno la stessa età del nostro, mentre è capitato spesso di sentire insulti pesanti nei loro confronti come se rappresentassero solo un ostacolo sulla strada della meritata consacrazione del nostro bambino prodigio. 
Questo accade anche ai padri più insospettabili, e nell’epoca dei social il fenomeno ha una nuova e potente cassa di risonanza. E gli esempi che arrivano dai professionisti (leggi i recenti casi degli sfoghi dei genitori dello juventino Daniele Rugani e dell’interista Lautaro Martinez) non aiutano di certo.


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