20 luglio 1969: “Houston, qui Base della Tranquillità”

LA STORIA • Esattamente 50 anni fa l’uomo posava per la prima volta i piedi sul suolo lunare 


francesco agostino poli 
“Major Tom to ground control ....”: David Bowie avrebbe interpretato in maniera indimenticabile, con l’album “Space Oddity”, uscito nel novembre 1969, le emozioni profonde scatenate, quel 20 luglio 1969, dal primo allunaggio. Era la prima volta che un essere umano metteva piede sulla Luna. Chi ha l’età giusta per aver vissuto quelle ore ricorderà il senso di meraviglia, di conquista, di apertura di orizzonti, di vitalità provato mentre, su uno schermo in bianco e nero, immagini sgranate e tremolanti mostravano il LEM, il modulo di atterraggio lunare, simile ad un grosso ragno con corpo tozzo e zampe sottili, levato sullo sfondo di un orizzonte nero, monumento alle magnifiche sorti e progressive della specie umana. Anzi, in particolare dell’Occidente in funzione antisovietica. Ma di questo ci rendemmo conto dopo, e ne parleremo. Lì per lì era fantastico: e poi, il primo uomo che abbia calcato il suolo lunare, Neil Armstrong, comandante della missione, il 21 luglio alle 2:56 ora di Greenwich, posò il piede sulla Luna. Ci è rimasta negli occhi la celeberrima foto dell’impronta sulla superficie polverosa. Il senso mitico e fatale di quella notte rimane nelle parole che Armstrong pronunciò: “Questo è un piccolo passo per un uomo, ma un grande balzo per l’umanità”. Accenneremo poi alle infinite storie, leggende, polemiche succedutesi in questi 50 anni rispetto all’impresa dell’Apollo 11 (la nave spaziale che portò il LEM e l’equipaggio fin nell’orbita lunare, e che poi li riportò indietro), e che ci furono anche rispetto a questa frase. La questione era: Armstrong disse “per un uomo” o “per l’uomo”? parlava della propria esperienza, oppure intese fare un ragionamento che potesse valere per l’intera umanità? Polemiche, francamente, di lana caprina. Val la pena dire che, secondo la versione ufficiale della NASA e dello stesso astronauta, Armstrong si preparò da solo la frase, e, in seguito, avrebbe raccontato di averla pensata poco prima di aprire il portello del modulo lunare per percorrere la scaletta, che lo avrebbe condotto nella Storia. Lo stesso Armstrong, nato nel 1930 e scomparso nel 2012, ingegnere aeronautico, ex pilota che aveva partecipato alla guerra di Corea, un uomo molto timido, ma dai nervi d’acciaio, fu seguito, pochi minuti dopo, da Edwin “Buzz” Aldrin (il soprannome “Buzz” era dovuto al fatto che la sorella, quando era piccola, non riusciva a dire “brother” in modo corretto e le usciva, appunto, un “buzzer”), anche lui ingegnere, coetaneo del comandante. La leggendaria freddezza di Armstrong fu utilissima proprio in fase di allunaggio: ormai a pochi metri di altezza, l’astronauta vide che il luogo dell’atterraggio proposto dal computer si trovava in una zona disseminata di massi e situata nei pressi di un cratere di 91 metri di diametro. Il comandante, quindi, prese il controllo della navetta in modalità semi-automatica. Sapeva che il propellente era ridotto al minimo, quindi stava cercando di atterrare il prima possibile: trovò un tratto di superficie libero e diresse il LEM o verso di esso. Mentre si avvicinava, a 76 metri sopra la superficie, scoprì che in quel punto si trovava un cratere, quindi cercò un altro punto dove la terra fosse pianeggiante. A 30 metri dalla superficie, restava loro propellente disponibile per solo altri 90 secondi. Finalmente, individuò un punto adatto allo scopo. E allora, il mondo poté ascoltare queste parole: “Houston, qui Base della Tranquillità. L’Eagle è atterrato”. Eagle, cioè il LEM, si era posato sulla superficie lunare alle 20:17:40 ora di Greenwich del 20 luglio 1969, con solo circa 25 secondi di carburante ancora nei serbatoi. Charles Duke, Capsule communicator o Capcom, anch’egli astronauta (calcherà il suolo lunare con l’Apollo 16) rispose da Houston: “Roger, Twan-Tranquillity, ti riceviamo a terra, hai un gruppo di ragazzi che stanno per diventare blu, stiamo respirando di nuovo, grazie mille”. 
Intanto, Mike Collins, il terzo componente dell’equipaggio, anche lui nato nel 1930, pilotava il modulo di comando, chiamato Columbia, attorno alla Luna. Qualcuno disse che mai c’era stata una solitudine più profonda di Collins come nei lunghi minuti in cui si trovò, solo e senza possibilità alcuna di comunicare, sul lato nascosto del nostro satellite. Così scrisse la NASA, l’ente spaziale americano: “E’ dai tempi di Adamo che un essere umano non sperimenta la solitudine che Michael Collins sta sperimentando durante i 47 minuti che impiega a effettuare ciascuna orbita intorno alla Luna. Quando si trova dietro alla Luna non ha nessuno con cui parlare se non il suo registratore a bordo della Columbia". 
Andò tutto bene, e i tre astronauti, coperti di gloria, rientrarono sulla Terra il 24 luglio. Non smetterei mai di scrivere di quell’avvenimento. Lo vissi che ero poco più di un bambino e ha lasciato su di me una traccia indelebile. Certo, poi sarebbero venute le riflessioni successive: che il tutto era un enorme, affascinante episodio della Guerra fredda tra blocco occidentale e blocco sovietico; che gli USA non potevano rimanere indifferenti davanti al primo avvenimento epocale in tema di conquista dello spazio, e cioè il volo di Jurij Gagarin sulla navicella Vostok 1, avvenuto il 12 aprile 1961. Pochi giorni dopo, tra il 17 e il 19 aprile, il tentativo americano di rovesciare il regime di Fidel Castro nella baia dei Porci fallì miseramente. Consapevole dell’importanza di dare subito un segnale forte, agli USA e al mondo, il 25 maggio 1961 John Fitzgerald Kennedy – da pochi mesi presidente degli Stati Uniti d’America – annunciò davanti al Congresso l’ambizioso obiettivo di portare un astronauta americano sulla Luna entro la fine del decennio: “far sbarcare un uomo sulla Luna e riportarlo sano e salvo sulla Terra”. Altro dato imbarazzante era il passato assolutamente nazista di Wernher von Braun, geniale fisico tedesco, una delle figure principali nello sviluppo della missilistica nella Germania nazista prima e negli Stati Uniti poi, dove divenne il capostipite del programma spaziale americano, già ideatore e realizzatore dei tristemente noti razzi V2, che avevano colpito in maniera terribile Londra durante la 2a guerra mondiale. E vorrei ricordare le grandi interviste, i grandi libri dedicati alla conquista dello spazio e agli astronauti da una grande giornalista, Oriana Fallaci (poi, purtroppo, protagonista di espressioni ed idee quantomeno discutibili). E ancora: l’anno precedente alla missione dell’Apollo 11, l’Apollo 8, per la prima volta nella storia, aveva raggiunto la Luna e l’aveva circumnavigata. Le foto spettacolari scattate nello spazio dalla missione mostravano, in maniera totalmente inedita, la nostra madre Terra, il nostro pianeta, in tutta la sua bellezza meravigliosa e struggente, fatta di bianco, azzurro, verde. Indimenticabile. “Una solitudine maestosa che ti fa capire cosa ti lasci alle spalle sulla Terra”, disse Jim Lovell, grande astronauta, capomissione dell’Apollo 8. Oggi, la nostra Terra – che, non dimentichiamocene mai, è l’unica che abbiamo – è a rischio: cambiamenti climatici, scarsità di acqua, inquinamento, disboscamenti selvaggi. Lo sappiamo, e grande colpa, dobbiamo dirlo, risiede anche in quella volontà vorace di cosiddetto “progresso” che portò alla conquista dello spazio, anche a costo di divorare le risorse che la Terra ci dà. Le immagini della partenza dei razzi Saturno V, che spingevano le navicelle spaziali in orbita, sono spaventose: tonnellate di ossigeno liquido, cherosene, idrogeno liquido che sollevavano quella macchina terrificante. La metafora di un impatto ambientale che, oggi, non possiamo e non dobbiamo più permetterci. Ma resta tutto il fascino di quella notte di luglio, di quelle immagini. E se qualcuno, anzi molti, dicono che si sia trattato di una enorme fake news, di una carnevalata, di un’invenzione, di una mossa propagandistica tutta girata sulla Terra, ebbene, io rispondo: non sapete sognare. Non avete il senso della meraviglia. Mi dispiace per voi.

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