Le botte e i post, la fine del “fight club”

SCACCO ALLA BABY GANG
I Carabinieri di Cremona hanno eseguito sette arresti e denunciato altri diciotto giovani di età compresa tra i 15 e i 18 anni


ENRICO GALLETTI 

La signora Irene, qualche giorno fa, aveva lanciato l’allarme sui social network. Aveva scritto, preoccupata, di essere venuta a conoscenza di una gang che «picchia i giovani» e che «ha anche profili Instagram». Il racconto dei figli l’ha fatta insospettire fino a spingerla a condividere i suoi timori con altri genitori, sfruttando le pagine di un gruppo che racchiude più di diecimila cittadini. E i sospetti si sono rivelati fondati. Era una gang, come quelle dei film, composta da giovani di età tra i 15 e i 18 anni. Il fight club. E la prima regola del fight club è non parlare mai del fight club. Sembra tutto molto simile a quel film inglese, del ’99, persino più vecchio di loro. Agivano in branco, con la violenza come escamotage per vincere la noia. Una trentina di giovani erano l’anima di una baby gang che per mesi, indisturbata, ha preso di mira decine di giovanissimi con un copione ben scritto. Prima la provocazione verbale nei confronti delle vittime, poi l’attesa di una reazione, anche minima, che provasse ad opporsi al loro comportamento. Bastava un nonnulla a scatenare la loro violenza. E partivano i pugni, le botte, le umiliazioni. L’efferatezza della gang che faceva la voce grossa coi più deboli. E quando la violenza finiva, la resa dei conti continuava sul web. I malcapitati di turno venivano filmati, fotografati e poi postati sui social. La base era una pagina Instagram, Cremona Dissing, diventata un vero e proprio palcoscenico in cui i componenti del branco rendevano direttamente pubblico il loro operato. Una sfida alle autorità rafforzata da quei “mi piace” e commenti virtuali che rendevano il gruppo sempre più forte. E’ stato forse uno di quei post a far venire i primi sospetti a genitori, professori e presidi, che si sono rivolti alle forze dell’ordine in cerca di supporto. Così sono partite le indagini, serratissime, dei carabinieri di Cremona, che nel giro di poco tempo hanno individuato il gruppo. La “bomba” mediatica è esplosa ieri: gli arresti degli uomini guidati dal maggiore Rocco Papaleo hanno fatto il giro d’Italia, sono diventati un caso mediatico. Sette misure cautelari - quattro in carcere e tre ai domiciliari - e diciotto denunce in stato di libertà per spaccio di sostanze stupefacenti, danneggiamento e rissa. In totale, a finire nei guai sono stati 25 studenti cremonesi di 15, 16, 17 e 18 anni. Un gruppo composto principalmente da minorenni, ma che per la presenza di qualche diciottenne ha reso necessaria un’attività di indagine condivisa tra Tribunale dei minori di Brescia, con i Pm Emma Avezzù e Lara Ghirardi, e Tribunale di Cremona, con il Pm Vitina Pinto. Ora, sulla pagina Instagram di Cremona Dissing, dove prima c’erano foto e video di scazzottate, c’è il messaggio: “Questo account è privato”. In alto, accanto al nome, una foto nera. Prima la violenza, dello stesso colore, adesso quegli arresti, sette in tutto, che hanno fatto notizia per la loro ferocia. E per quel risvolto social che apre gli occhi sui tempi duri della rete. 

La pagina Instagram e lo slogan su piazza Marconi: «Un ring per uomini veri» 

Durante le attività di monitoraggio i carabinieri hanno passato al setaccio tutte le chat. Da lì sono emerse le discussioni, usate anche come “propaganda”, che tiravano in mezzo personaggi pubblici con la scritta: “Membri di Cremona Dissing mentre aspettano il prossimo jump”. La terminologia gergale “Jump”, “Jumpare”, veniva utilizzata per fare riferimento alle aggressioni messe in atto dai componenti della pagina Instagram, sostanzialmente Jump sta a significare “saltiamo addosso ad una persona”. La chat di Instagram è stata utilizzata per pubblicare vignette di scherno verso persone di altri comuni della zona, tra cui Piadena, Persichello, Casalmaggiore, Ostiano e San Giovanni in Croce e Castelvetro Piacentino. 
Succedeva tutto sul profilo Instagram “Cremona Dissing”, che tradotto vuol dire “insultare, sparlare, discriminare” o anche “dissenso cremonese”, alla quale era collegato un link all’applicazione “ThisCrush”. Quest'ultima permetteva di partecipare ad una chat esclusivamente accessibile ai gestori della pagina e a coloro che la “seguivano”. Nella pagina Instagram venivano pubblicati i video delle risse, le vignette ritraenti Piazza Marconi di Cremona, assimilata ad un ring per incontri di box, con la scritta “The ring is for boy”, che tradotto significa “il ring è per ragazzi” e sull’immagine la scritta: “This Ring is for real men”. Traduzione: “Questo ring è per uomini veri”.



Commenti