L’istruzione è un diritto, ma non lo è fare il furbo



IL COMMENTO • Un giornalista-insegnante spiega alcuni punti d’ombra del decreto legge sulla scuola

MICHELE SCOLARI 
Il decreto legge sulla scuola, emesso a seguito dell’emergenza sanitaria in corso, ha introdotto modifiche urgenti per l’anno scolastico 2019/2020, saturando subito di commenti le colonne dei quotidiani, i siti web, i blog e i social network. Dal canto suo, il ministro Azzolina ha già chiarito in conferenza stampa alcuni punti che ancora risultavano nebulosi nelle bozze. Non è obiettivo di questo scrit- to criticare o avallare le norme contenute nel decreto, semmai analizzare qualcosa che rischia di sfuggirgli. E non, benin- teso, perché sia stato re- datto con leggerezza o superficialità. Ma andiamo con ordine. Partiamo da un presupposto: l’istruzione è un diritto (oltre che un dovere) costituzionale. Di conseguenza, il problema più urgente che è emerso all’indomani della chiu- sura delle scuole ha ri- guardato l’accessibilità per molte famiglie alla didattica digitale (chi non ha un pc, chi non ha una connessione, ecc.). Già la settimana successiva alla chiusura, la maggior parte delle scuole, incluso il liceo dove insegno, ha attivato metodi per quantificare le famiglie sprovviste di attrezzatura per la di- dattica digitale ed ora sta procedendo alla distribuzione dei pc. Con lo stes- so obiettivo, in varie province, si sono attivate le Consulte studentesche. E molti docenti (tra i quali anche il sottoscritto) hanno sempre fatto pre- sente ai genitori di essere disposti a mettere immediatamente a disposizione il “bonus” annuale (i 500 € per la didattica) per acquistare materiale alle famiglie che ne sono sprovviste. Questo è il problema primario: mantenere un diritto che è garantito a tutti dalla nostra carta costituzionale. Perlomeno, nei confronti delle famiglie davvero bisognose. Dico davvero bisognose: perché a questo avverbio sono connesse, per contrasto, altre situazioni che, purtroppo, rischiano di sfuggire al decreto. Ad esempio la distinzione tra studenti bisognosi reali e studenti che dichiarano di non avere un pc ma sono in possesso di smartphone da 900- 1000 euro (tradotto: tutti coloro che i soldi per il pc li avevano ma li hanno spesi in altro modo e non per generi di prima necessità). Ad esempio studenti che dichiarano (mentendo) di non avere il pc per poter furbescamente
avere la scusa di tenere la videocamera del telefono spenta durante le verifiche o le interrogazioni (chissà perché...). Oppure studenti che, in possesso di pc e smartphone, non si sono più visti né sentiti, neppure per le verifiche o le interrogazioni (guarda caso, quasi tutti studenti che già mostravano un rendimento scarso o addirittura insufficiente ben prima dell’emergenza sanitaria); o studenti che, in possesso di tutta la strumentazione, si collegano con i propri docenti, poi spengono videocamera e microfono e vanno a fare altro. La carrellata prosegue con quei genitori beccati col “gobbo” durante gli orali dei propri figli in videoconferenza (francamente pensavo non servisse una laurea in fisica per sapere che le superfici in vetro sono riflettenti), per concludersi con quegli studenti che nelle quinte hanno già incrociato le braccia, confidando già nell’amnistia generale (a fronte di coloro che invece si sono impegnati costantemente per cinque anni): purtroppo, stando al decreto legge (in cui «ai fini dell'ammissione dei candidati agli esami di Stato, si prescinde dal possesso dei requisiti di cui agli articoli ecc. ecc.») anche questa categoria entrerà nella società e nel mondo del lavoro (magari andrà anche a progettare ponti, chissà...). Tutti questi aspetti, purtroppo, rischiano di sfuggire al decreto, per quanto impegno si profonda nel redigerlo. E invece meriterebbero di non restare in ombra. Dopo l’emergenza di tutti coloro cui manca l’accessibilità alla didattica digitale, non lasciamo in ombra neppure questa categoria di furbetti (termine ormai inflazionato ma comunque icastico). In primo luogo, per una forma di rispetto verso quelle famiglie che si trovano davvero in condizioni di necessità e i cui figli si sono fatti in quattro, no- nostante tutto, per mantenere i contatti con i docenti. Secondariamente, per una forma di rispetto verso il personale amministrativo delle scuole e verso quei docenti che lavorano a tur- no continuo (com’è giusto) perché tutti possano continuare a fruire di questo prezioso diritto: perché l’immagine di questi docenti non diventi quella di macchinette insensibili che proseguono indifferenti ai problemi degli altri. Ma soprattutto perché il di- ritto all’istruzione, come il diritto alla vita, al lavoro o alla salute, è una conquista a cui l’Occidente è giunto attraverso un lungo e faticoso per- corso partito almeno dal XVIII secolo. Non voglio qui ripercorrerne l’intera storia: la trovate sui libri. Rammento soltanto, in punta di penna, che è un diritto: e che il quarto posto dell’Italia nel mon- do sul podio dell’analfabetismo funzionale suggerisce di valorizzarlo, anziché trascurarlo.

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