Crescere i campioni con musica e psicologia

 EMPOWERMENT • Il progetto innovativo di Federico Pedrabissi e Pierpaolo Vigolini rivolto allo sport

Banni Raineri

Cosa hanno a che fare un musicista-insegnante e uno psicologo con lo sport? Molto, in realtà. Parte proprio dalla sinergia tra i due approcci un progetto innovativo che si mette a disposizione degli atleti. Ma per spiegarlo meglio abbiamo incontrato i due protagonisti: lo psicologo è Federico Pedrabissi, il musicista e musicoterapeuta è Pierpaolo Vigolini.
«Abbiamo un approccio interdisciplinare integrato - esordisce Vigolini - per il quale serve grande specializzazione. Questo avviene già oggi nel mondo del calcio ma non a 360 gradi. Riguarda l’approccio atletico, tattico, nutrizionista, ma per chiudere il cerchio va considerato l’aspetto mentale, cognitivo, emozionale». Un profilo che nel nostro Paese, al contrario di quanto avviene in altre parti del mondo, è ancora all’inizio del percorso.
«Il mio versante - prosegue Vigolini - che utilizza la musica si basa su migliaia di ricerche e studi scientifici, che hanno acclarato l’impatto della musica sul cervello delle persone durante l’attività motoria, che si tratti di hobby o piuttosto di agonismo. In particolare Kostas Karageorgis dell’Università di Londra compie ricerche sugli atleti usando gli stimoli musicali: sono studi sull’attivazione estensiva del cervello con l’ascolto musicale, sia stando fermi che in movimento».
L’ascolto musicale ovviamente è personalizzato. «È individualizzato perché va rispettata la soggettività dell’atleta. Va fatta un’anamnesi sonoro-musicale, considerando la presenza di suoni e rumori graditi e sgraditi che hanno caratterizzato l’evoluzione psicofisica della persona, per individuare i parametri delle musiche gradite e da agganciare agli obiettivi che ci si prefigge».
Il target è il singolo atleta? «L’a-tleta sceglie di avvalersi del progetto, ma lo stimolo arriva spesso dal tecnico. Quando si pongono degli obiettivi è importante distinguere tra quello del team e quello personale: siamo noi a doverli integrare, armonizzando le parti. Alla società - entrando nello specifico - offriamo un progetto, che può riguardare il singolo atleta. Diciamo che il target ideale è formato da giovani atleti talentuosi che si apprestano a fare il salto di categoria e si aggregano alla prima squadra, dove ci sono molteplici attenzioni da curare. Il secondo target sono gli atleti che devono recuperare da un infortunio: qui l’approccio della musicoterapia è la neurologic music therapy utilizzata dopo interventi o incidenti, col suono che si inserisce nel movimento».
L’impressione è che l’atleta parli apertamente del preparatore a-tletico, del tattico, mentre l’assistenza psicologica rappresenti ancora un tabù. «Dipende anche dal livello di prestigio: alcune discipline sono più strutturate. In sport individuali come il tennis da anni c’è la figura del preparatore mentale, uno psicologo. Nel calcio questa figura è parte integrante dello staff tecnico ma solo per chi se lo può permettere. In altre realtà dipende dalla cultura della società, ma è vero che ancora esiste una sorta di resistenza, inferiore nella dimensione sociale rispetto a quella sportiva. Anche se va detto che lavoro parecchio in alcune società del Cremonese».
Federico Pedrabissi da diversi anni di occupa di biofeedback (un trattamento non farmacologico che consente di imparare a controllare funzioni corporee normalmente involontarie), da poco più di 4 anche nel mondo dello sport, dove collabora con realtà note quali Canottieri Baldesio e Basket Team Pizzighettone: «Abbiamo integrato nel progetto di musicoterapia questo intervento che rileva i parametri fisiologici dell’atleta per misurare la variazione nel percorso nel progetto. Il biofeedback è uno strumento che registra la risposta allo stress per regolare e potenziare le risorse psicologiche (ad esempio gli stati d’ansia prima della gara, il rilassamento o la risposta di attivazione pre-gara). In caso di infortunio subentrano ansia e paura: l’assistenza facilita e accelera il percorso di rientro».
In cosa consiste l’innovazione del progetto? «Ognuna delle due discipline adottate ha alla base una solida bibliografia: noi le integriamo per monitorare le risposte fisiologiche e far sì che si crei un percorso per potenziarle e meglio regolarle».
Al progetto di empowerment, Vigolini e Pedrabissi stanno lavorando da mesi ed ora sono pronti a farlo decollare. Ognuno di loro ha alle spalle esperienze con atleti che gareggiano anche a livello internazionale ed ora possiamo unire le loro menti, in un’ottica sinergica nella quale il prodotto dei fattori è superiore alla loro somma.
Sorprende che l’aspetto psicologico sia ancora sottovalutato. «Ma soprattutto al tempo dei social network sempre più le società dovranno aiutare gli atleti ad usare in modo consapevole questi strumenti. Tante scelte sono mediate dal popolo dei social, il che può far perdere di vista l’obiettivo. La parola d’ordine è “solidità dei valori e flessibilità dei comportamenti”».

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