Sul Reno pensando al Po e le regole Covid all’estero

 IN VIAGGIO • Le vie alzaie, ordine e pulizia, senso civico. Contro il green pass le proteste francesi, i tedeschi fronteggiano la crisi in strada


Vanni Raimeri
Estate di ripartenza, estate di precauzione. Dove la trascorro, dovendo condividere col Piccolo la pausa in agosto? È quel che mi sono domandato, con l’idea di evitare luoghi affollati e di fare vacanze salutari. Alla fine la decisione: due settimane abbondanti tra fiume Reno e Foresta Nera, ai confini tra Francia e Germania. Anche per verificare come si comportano gli altri in merito a Covid e green pass (transiterò per sei diversi Paesi) e ancor più per osservare coi miei occhi, gambe da camminatore e polpacci da ciclista (vabbè, nelle intenzioni), cosa può il nostro fiume Po copiare dal Reno.
Il portafogli inizia a piangere in Svizzera, dove in autogrill l’hamburger meno caro di una nota catena di fast food costa oltre 15 euro. Mi accontento di andare alla toilette, dove entro con la carta di credito. Veloci dunque verso la Germania, e qui il costo della vita si conferma decisamente meno caro che da noi. I bagni pubblici sono ovunque, ben puliti e gratis.
Da quasi due anni non uscivo dai confini nazionali, e mi lascio sorprendere di nuovo dal silenzio nei ristoranti, rispettato anche dai bambini.
Il Reno è lungo quasi il doppio rispetto il Po. Quando esce dalla Svizzera segna il confine tra Francia e Germania, in quell’area a lungo contesa e bagnata dal sangue dei soldati. In Alsazia prevalgono nomi tedeschi, di qua del fiume pare che nessun tedesco parli francese: retaggi. Il fiume in questo tratto, almeno fin quasi a Strasburgo, non si è ancora placato, ma la navigazione è intensa grazie al Canale di Alsazia, che delle acque del Reno si nutre e scorre in parallelo: un po’ come il canale navigabile che doveva unire Cremona a Milano, ma che si è fermato a Pizzighettone. Questo no, arriva a destinazione e lascia al Reno le suggestioni fotografiche occupandosi delle cose pratiche: trasporti ed energia idroelettrica. Penso a chi ritiene che il problema della gestione del Po sia il suo transito in diverse regioni, e mi scappa un sorriso.
Sull’ultimo numero del Piccolo avevamo proposto il ripristino della via alzaia da Cremona a Casalmaggiore. Qui di vie alzaie ce n’è ovunque, ovviamente ben curate. Risalgo il fiume in bici e la prima cosa che noto è l’assoluta pulizia su entrambe le sponde: si pensi che solamente all’ottavo giorno riesco a fotografare un fazzoletto lasciato in terra. Evidentemente da queste parti non è necessario organizzare le giornate di pulizia degli argini. Niente sporcizia e niente vandalismi: ci si può permettere di lasciare, in aree isolate e immerse nella natura, bellissimi pannelli illustrativi ed eleganti panchine bianche immacolate. Nel giardinetto adiacente alla strada una famiglia ha realizzato un bellissimo villaggio animato in miniatura con modellino ferroviario, alla mercé di chiunque voglia rubare o devastare, ma nessuno lo fa. In un lungo sentiero c’è anche una casettina in legno per i passanti, priva di porta, che ospita al piano terra gli attrezzi per il barbecue, e sopra lo spazio per dormire. Roba che da noi solo in alta montagna, non amata (per ora?) dai vandali. Perché, mi domando? Arrivo alla conclusione, ovvia, che servano tre fattori, al netto di una crescita del senso civico per cui ci vorranno generazioni: 1 regole; 2 sanzioni; 3 controlli. Tutti fattori importanti, ma l’assenza di uno solo di questi rende inutili gli altri due.
Le ciclabili sono ovunque, facilmente percorribili. Evitiamo per pietà il paragone con l’asfalto delle nostre strade.
Altra cosa che balza all’occhio è la presenza, al fianco di tutte le grandi strade, di una barriera di piante: sembra sempre di essere immersi nei boschi, anche quando oltre quegli alberi ci sono solo campi. In realtà le piante sono ovunque, e qui il mio pensiero va alla recente polemica cremonese sul taglio di piante in città: al netto delle posizioni politiche, ci si accapiglia per alcune decine di piante quando negli scorsi decenni le nostre golene sono state devastate dal taglio di alberi ovunque, dalle rive ai confini tra le proprietà. Ma è quel che si vede che colpisce di più, così come ci inteneriamo davanti al singolo bambino che soffre se ci mostra il suo volto, mentre davanti ai grandi numeri restiamo insensibili.
Tanti stratagemmi a nascondere la presenza di grandi arterie stradali che corrono al fianco del Reno: quanto potremmo migliorare noi il nostro paesaggio. Nei sentieri spiccano le tante altane, segno che anche nella Foresta Nera trovano necessario ridurre il numero di animali.
Mi incuriosisce, in una cittadina, uno spazio in cui la gente ripone le cose che non gli servono più: vestiti, giochi per bambini e materiale vario. Ognuno è libero di prendere quel che gli serve: scoprirò che la formula è una recente risposta tedesca alla crisi Covid dal nome “gabenzaun”.
Sia in Francia che in Germania i turisti stranieri sono pochi, come da noi. Abbiamo condiviso le pressioni a non uscire dai confini nazionali, per privilegiare l’economia locale e per evitare l’incertezza provocata dalla confusione di regole. Mi sento in colpa. Mi passa in fretta: sono europeo e sono rimasto all’interno dei nostri confini. In effetti le regole sulla pandemia sono variegate. Vita dura per i no-vax in Francia, dove per mangiare al ristorante è necessario il green pass pure all’aperto. I francesi adorano protestare e mi accorgo che anche loro scelgono il sabato pomeriggio, tanto che quando torno a riprendere l’auto nel parcheggio di Colmar mi accorgo che l’ingresso è ostruito da gente che urla senza mascherina “liberté, liberté, liberté”. Sono tanti, alzano cartelli che mischiano vaccino, ogm e 5G. Invoco fraternité e mi infilo in uno spiraglio con la mia mascherina ben aderente. In Germania come noto le regole le decidono i länder, così nel Baden Württemberg la mascherina è obbligatoria al chiuso come in Italia, ma se passi in Baviera diventa obbligatoria la FFP2. Il mio nuovo amico mi dice che sta andando ad Hannover, dove non c’è alcun obbligo di mascherarsi. Penso ai timori sulla confusione creata dalle diverse regole nelle regioni italiane: qui le cose funzionano e nessuno dice nulla.
Le docce fredde arrivano alla fine, e dipendono dall’Italia. Ero partito convinto che l’Europa avesse obbligato i gestori della telefonia mobile ad eliminare le barriere uniformando i prezzi, e scopro invece che il mio credito si è esaurito. Ho 120 giga di traffico dati con WindTre, ma in Italia: all’estero solo 6,6. La mia compagna ha esaurito da giorni i suoi 4 giga sui 100 di Fastweb, e così scopro la gabola: non cambia il prezzo, ma calano drasticamente i giga disponibili, al rischio di salassi da urlo: oltre 4 euro a mega oltre la soglia. Mi spavento e spengo il telefonoChe belle le autostrade senza pedaggio: uscito dai nostri confini non ho mai pagato (a parte la vignetta svizzera), ora rientro verso Milano; Google Maps mi consiglia il tragitto verso casa, entro nella Brebemi ed esco prima di Brescia. Mi costa 14,90 euro per pochi km, più di quel che mi era costato un pranzo per due in quella festa della birra tra i boschi del Titisee.
“Emir - dice Maradona alla fine del docufilm di Kusturica -, sai che giocatore sarei stato io se non avessi tirato cocaina?”. Ecco il punto: che Paese potrebbe essere l’Italia?

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