«Alla Vanoli si vede già la mano di Sacchetti»


L’INTERVISTA • Il grande ex giocatore Sandro Dell’Agnello, ora allenatore, valuta il basket italiano a 360 gradi



di Fabio Varesi

Nomini Sandro Dell’Agnello e subito ti viene in mente Caserta. Sì, perché il cestista livornese è uno degli eroi che nel 1991 ha conquistato lo storico scudetto della società campana, che contro ogni pronostico, riuscì a battere i grandi club del Nord. Dell’Agnello era una delle colonne di quella Juvecaserta, allenata da coach Marcel- letti e griffata Phonola. Insieme agli “scugnizzi” Enzo Esposito e Nando Gentile (padre di Alessandro e Stefano), Dell’Agnello è diventato uno dei beniamini dei tifosi casertani, che lo hanno ammirato per ben sei anni, prima che si trasferisse a Roma e poi a Pesaro, Siena, Roseto e Reggio Emilia. Ma il suo anno magico è stato proprio quel 1991, perché dopo il titolo italiano vinto in finale contro la corazzata Milano, ha conquistato la medaglia d’argento agli Europei giocati in Italia, durante i quali ha giocato alcune delle 108 presenze in maglia azzurra. Appese le scarpe al chiodo, l’ala livornese (classe 1961) ha iniziato ad allenare, partendo proprio dalla squadra delle sua città, per poi arrivare nella massima serie alla guida di storici club come Pesaro e Caserta, che però stavano attraversando momenti difficili a livello economico. Malgrado questo, coach Dell’Agnello è riuscito a conquistare la salvezza, mentre in questa stagione l’avventura a Brindisi è durata troppo poco. Prima della trasferta di Cremona, è stato infatti esonerato dalla società pugliese. 

Sandro, come va senza basket? 
«Potrei dire bene, ma in realtà mi manca molto il campo e tutto quel che concerne l’allenare. Ne approfitto, anche grazie ad internet, per aggiornarmi e scoutizzare squadre e giocatori in quantità». Come sta il basket italiano? «Credo sia in linea con il momento storico che vive l’Italia ormai da anni. Il nostro è un bellissimo campionato, grazie alle società che fanno il massimo per investire il possibile e grazie agli allenatori che spesso fanno veri e propri miracoli per ottenere risultati. Ma non essendo più competitivi economicamente come anni fa, il livello tecnico si abbassa di anno in anno di pari passo con i budget e salvo poche eccezioni, è diventato proibitivo allestire roster di grande qualità e spessore e quindi anche lo spettacolo prima ed i risultati internazionali poi, ne risentono». 

Come mai, dal 2004, la Nazionale italiana non ha più ottenuto risultati importanti?
«Sono cicli e questo non è stato certo esaltante. Io credo che anche il fatto che le nostre stelle giochino nella Nba, non ci ha aiutato. Perché se da una parte è indubbio che abbiano talento da vendere e meritino di giocarla, dall’altra non hanno quasi mai giocato in squadre vincenti, a parte Belinelli a San Antonio e non dico che questo ti faccia abituare a perdere, ma certo non ti insegna o non ti aiuta a vincere le partite che contano a livello europeo ed è quello che più o meno velatamente personaggi più importanti di me hanno già affermato. L’intervista a Nacho Rodriguez di questi giorni che spazia tra Nba ed Eurolega, è illuminante al proposito. In più anche qualche infortunio eccellente non ci ha certo aiutato». 

Mi dai un giudizio sulla Vanoli di coach Sacchetti, che hai sostituito a Brindisi? 
«Io sono da sempre un ammiratore di Sacchetti e del suo basket. C’è chi banalizza il suo modo di giocare, forse solo perché non riesce a replicarlo. Meo ha vinto ovunque ha allenato, è un grande allenatore e già a Cremona sta confermando il suo indubbio valore». 

Tornando al passato, qual è il ricordo più bello della tua carriera?
«Da allenatore le tante salvezze conquistate in situazioni quasi mai favorevoli. Mi riempiono di orgoglio come fossero scudetti. Da giocatore, appunto lo scudetto vinto con Caserta nel ’91. Fu una vera e propria impresa». 

E la delusione più cocente? 
«Da coach, forse perché ancora freschissimo, l’epilogo di Brindisi, che vivo con dispiacere e frustrazione. Ho trovato un ambiente ottimo per lavorare, ma il calendario nelle prime nove giornate ci ha messo di fronte le prime otto della classifica e per una squadra che ha come obiettivo la salvezza, ci stava che potessero arrivare delle sconfitte. Credo che l’ansia e la disabitudine a certe situazioni, alle quali io sono mio malgrado avvezzo, abbia avuto la meglio e la società ha deciso di cambiare coach. Ma già da qualche settimana il calendario è diventato favorevole, e avendo al ritorno tutti gli scontri diretti in casa, sono certo che Brindisi si salverà agevolmente. Da giocatore, la finale di Coppa delle Coppe giocata con Caserta contro il Real Madrid di Drazen Petrovic e Fernando Martin, cioè Caserta contro il Real Madrid, mica pizza e fichi, persa ai tempi supplementari». 

Chi è il giocatore più forte che hai affrontato?
«Ho fatto per quasi 20 anni le Coppe e giocato molti anni in Nazionale, quindi ho affrontato tutti i più forti della mia epoca, vedi tra gli altri Petrovic, Marciulonis, Mcdoo, Sabonis, Darren Daye, Tony Kucoc, Danilovic ecc. C’è solo l’imbarazzo della scelta. Se devo dire un nome, dico però Dean Bodiroga per la sua capacità di giocare in tutti i ruoli, dominando le partite e di aver vinto ovunque abbia giocato». 

Cosa sogni per il futuro? 
«Io ho sempre accettato di allenare in situazioni difficili e precarie, vuoi per budget ridottissimi e/o in situazioni contingenti complicate, ecc. Scelte fatte consapevolmente e con entusiasmo, sia chiaro. Non ho da puntare il dito contro nessuno, anzi, felice di aver fatto quelle difficili esperienze. Ma a quelle condizioni può succedere che non tutte le ciambelle ti escano con il buco. Ecco, non nego che per una volta mi piacerebbe poter allenare in un contesto più “normale”, per potermela giocare davvero alla pari con gli altri».
In bocca al lupo...

Commenti