Pizzetti: «Il Pd ha già dato quanto a responsabilità: ora tocca ad altri»

DOPO IL VOTO • Parla il deputato cremonese confermato in Parlamento: «Il M5S ci cerca? Già, da reietti a probi» 

di Vanni Raineri

Luciano Pizzetti, nonostante il risultato deludente del Partito Democratico, è stato rieletto in Parlamento, passando dal Senato alla Camera.
Dopo le dimissioni di Renzi, quali scenari si aprono nel Pd? Ed è credibile che Renzi esca di scena improvvisamente?
«Quando si raggiunge il peggior risultato di sempre perdendo milioni di voti, le dimissioni rappresentano un’assunzione di responsabilità ineludibile. Alla stregua di un atto dovuto. Naturalmente le responsabilità non sono solo di Renzi. È una classe dirigente complessiva che deve assumerle in quota parte. Infatti il tema non è solo il cambio del segretario ma l’avanzamento di una nuova generazione capace di ripensare la funzione nella società di un moderno partito riformista di centrosinistra. Come far valere i valori di libertà e uguaglianza in un tempo di grandi migrazioni, di elevato debito pubblico e di forti innovazioni che cambiano le condizioni del lavoro e della convivenza sociale. Trovare questa sintesi è il compito del Pd. Perciò serve gestire ora il post voto predisponendoci a un congresso di questa portata straordinaria».


Sembra che il Pd sia il principale interlocutore scelto sia dal centro destra che dal M5S per dare un governo al Paese. Nonostante le dimissioni di Renzi però il partito sembra refrattario alle avances. Che via d’uscita ritiene possibile, dato che l’alternativa centrodestra M5s pare poco praticabile?
  «Già, da reietti a probi. Ma la sostanza è che la cultura riformista è stata sconfitta. Insieme a quella liberale. Ha vinto chi ha cavalcato paure e rabbia. Spetta a loro dare un governo al Paese. Noi saremo naturalmente opposizione perché è li che ci hanno relegato gli italiani. Per rianimare il cuore del riformismo italoeuropeo. Noi volevamo percorrere la via francigena che ci unisce all’Europa, si è scelta la via austroungarica che ci porta ai confini dell’Europa. Non ci può essere alleanza politica tra pensieri così distanti. Spetta a chi ha vinto raccontando false verità, trovare una sintesi tra promesse assistenzialiste al sud e flat tax al nord. È una partita loro, non nostra. Se non riusciranno il Presidente della Repubblica valuterà che ipotesi mettere in campo per dare un governo al Paese.  In fatto di responsabilità abbiamo già dato molto, ora tocca ad altri esprimerne almeno un po’». 

Secondo alcuni osservatori il presidente Mattarella potrebbe percorrere una via di “responsabilità” incaricando un esterno ai partiti per sondare un’eventuale fiducia del Parlamento. Ipotesi praticabile? 
«Vedremo. Se sarà così ognuno dovrà farsi carico di portare un fardello per una breve tappa. Noi non saremo più l’asino da soma che tutti gli altri frustano. Intanto, insisto, tocca a chi ha vinto amplificando disagio e insicurezza dimostrare come le condizioni degli italiani possono cambiare. Sperabilmente in meglio».

Il nuovo Parlamento è formato in gran parte da nomi nuovi, che in caso di nuove elezioni (anche per i meccanismi di scelta ad esempio dei 5 Stelle) sono tutt’altro che certi della conferma. Quanto può influire sulla volontà di dar vita a un governo? 
«Non saprei. Spero che il nuovismo interessato non condizioni gli interessi generali. Noi abbiamo bisogno di riforme per la stabilità istituzionale e l’inclusione sociale. Di una legge elettorale democraticamente efficace. Non di perderci nel particulare dei parlamentari pro tempore». 

In caso di stallo delle trattative, è realizzabile un governo di scopo almeno per modificare la legge elettorale? 
«L’Italia ha un disperato bisogno di una legge elettorale che garantisca rappresentanza e assicuri governabilità. Il modello c’è. È quello francese, imperniato sul piccolo collegio che garantisce rappresentanza politica e territoriale al primo turno, assicurando governabilità col ballottaggio. Spero che saggiamente e responsabilmente tutti lo facciano finalmente proprio. A prescindere dalla formazione del governo. Se servirà un governo apposito lo vedremo dopo che il Presidente della Re- pubblica avrà sentito chi ha vinto le elezioni». 

Per la prima volta il voto è molto territoriale. Nel caso di un accordo tra il Pd e il M5S quasi tutti gli eletti del centrosud sarebbero in maggioranza, mentre la minoranza sarebbe formata quasi interamente da eletti nel nord. Non sarebbe uno scenario preoccupante per il Paese? 
«Non ci sarà nessun governo basato sull’alleanza tra Pd e Cinquestelle. Ciò detto è vero che l’Italia risulta parecchio divisa tra nord e sud nella rappresentanza sociopolitica. I populismi non generano catarsi accrescitive ma rotture demolitorie che mettono a rischio la tenuta della Nazione. Il consenso largo a queste forze non trasmette desiderio di cambiamento ma paura del cambiamento. Denuncia i difetti alimentandoli. È il grande paradosso del populismo che unisce nell’evocazione antipolitica ma allontana le risposte ai problemi, affievolendo le coscienze democratiche. Dare nuova linfa alla democrazia rappresentativa sarà la sfida che ci attende». 

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