CONFARTIGIANATO «Non vogliamo aiuti, ci lascino liberi di lavorare e produrre»

Intervista a MASSIMO RIVOLTINI: • «E’ investendo che si può pensare di crescere, occorrono politiche concrete sul lavoro» 


Che misure occorrerebbero per dare risposta alle necessità delle aziende e delle famiglie? Quali investimenti sarebbero necessari? 
«Innanzitutto occorrono politiche che in termini economici non abbiamo un peso sulle imprese, già molto colpite da un costo del lavoro troppo elevato. Perchè ci sia ripresa reale bisogna uscire da questo clima di incertezza. Le imprese hanno bisogno di operare in un ambito di tranquillità per investire sul futuro. Questo lo si fa abbassando drasticamente la pressione fiscale che non incide solo su chi produce, ma anche sulle famiglie perchè, in questo periodo di tentennamento e insicurezza, piuttosto di rischiare non spendono. E' chiaro che tutto questo ingenera un circuito vizioso che non alimenta il mercato. Molti guardano all'estero, e le esportazioni sono in crescita, ma il nostro Paese deve creare condizioni tali affinchè chi non può esportare possa fare bene sul territorio. E anche il paventato aumento dell'Iva non giova a nessuno e va in senso contrario». 

Ora pare scongiurata dopo il via libera europeo.
«Certo, ma permane comunque un senso di profonda incertezza che preoccupa. Il rischio di vedere aziende fuggire all'estero è concreto. Occorre creare attrattività e questo, ripeto, lo si crea riducendo burocrazia e pressione fiscale». 

Si parla di riduzione del cuneo fiscale.
«E questo è estremamente necessario per mettere sullo stesso piano aziende e dipendenti, affinchè diventino “produttori di ricchezza”, creando un circolo virtuoso. Noi lo ripetiamo da anni: detassare significa creare maggiore ricchezza, maggiore capacità di spesa da parte delle famiglie». 

Hanno introdotto il reddito di cittadinanza.
«È' investendo che si cresce, e lo si fa investendo sul lavoro. Occorrono politiche concrete sul lavoro, uscendo dalle logiche dell'assistenzialismo e formando persone che passino da essere soggetti passivi a soggetti parte integrante di un processo economico e produttivo. Noi artigiani lo diciamo da sempre: non vogliamo aiuti di stato, vogliamo essere lasciati liberi di lavorare e produrre, perchè da sempre abbiamo saputo formare e crescere le persone». 

Quale aiuto può dare la ripresa globale a livello europeo e quali invece possono essere i possibili freni dettati dai vincoli dell'Europa? 
«Uscire dall'Europa oggi è improponibile. Occorre esserci in modo propositivo e costruttivo. Purtroppo, in questi anni, l'Italia ha avuto poco peso nelle politiche europee e spesso, per noi, hanno deciso altri. E' necessario valorizzare il Made in Italy e la qualità dei prodotti italiani. Tutto questo ottimismo mi sfugge: nel mio settore, ad esempio, c'è ancora molta sofferenza da parte della maggioranza delle imprese. Anche per questo serve essere più incisivi nella stanza dei bottoni, limitando e cambiando quelle politiche europee che frenano lo sviluppo del nostro Paese». 

I dati più recenti però segnalano la disoccupazione in calo: possiamo sperare che al rientro delle vacanze questo trend possa continuare, oppure secondo lei è un fuoco di paglia? 
«Ripeto, non condivido questo ottimismo. Il concetto di disoccupazione va rivisto alla luce dei molti aspetti intervenuti con le nuove politiche del Governo. Le imprese sono complessivamente pronte ad assumere, ma hanno difficoltà a reperire diverse figure sul mercato del lavoro. Quello che manca sono le competenze. Per arrivare a raggiungere un livello adeguato si deve passare per il contratto di apprendistato, che è stato letteralmente massacrato dal Jobs Act. Se le imprese denunciano carenze nel trovare personale significa che non si incrociano correttamente la domanda con l’offerta. Ci vuole una riforma, che al momento non pare essere in campo, sulla formazione professionale, aspetto sul quale le nostre aziende hanno puntato da sempre». 

Una azione concreta e particolarmente urgente da chiedere al Governo?
«Direi due cose: innanzitutto abbassare le tasse, riducendo il cuneo fiscale e deburocratizzando non solo il lavoro, ma tutti gli aspetti della vita e della persona. Di conseguenza, ed è la seconda cosa, serve ristabilire un clima di fiducia generale che consenta alle persone di tornare a credere nel futuro; permettere al popolo di sognare significa generare un movimento virtuoso che va a coinvolgere tutti, produttori e consumatori, ma con un fine molto più alto del semplice vendere un prodotto: maggiore benessere e voglia di costruire il proprio futuro». 

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